QUANDO
IL MEDICO FUNGE DA FARMACO
Era
sull’imbrunire di una giornata di autunno avanzato. Incombeva
un temuto temporale da Levante. Mastr’A. ormai novantenne, era
a letto in una sconnessa baracca. Aveva appena superato una polmonite
recidiva, ma era in stato di anasarca per scompenso cardiaco. Il paese
era sfornito di farmacia e io avevo altri malati da vedere ancora.
Non mi restava altro da fare che cercare tra i miei campioni al mio
ambulatorio e in tal senso lo rassicurai. Con un fil di voce mi pregò
di trovare qualcosa anche per sua moglie che si vergognava di dirmi
che da diversi giorni non andava di corpo.
Trovai delle supposte di un cardiocinetico-diuretico per lui e delle
supposte di glicerina per lei. La mattina dopo, nell’affacciarmi
alla porta dell’unico vano, sorpreso, lo trovai semi-seduto
sollevato da diversi cuscini, mentre la moglie era più vispa
che mai. Accanto al letto un capace vaso da notte che avevano lasciato
pieno di urina perché lo vedessi io. Mi assicurarono che quello
era il terzo.
A un certo punto, notai vicino al braciere qualcosa di bianchiccio
spiaccicato sul pavimento di tavole. Alla mia domanda, il vecchio
si scusò così: “dottore, le supposte che avevate
dato per me erano molli e allora adoperai una di quelle che ci avevate
dato per mia moglie”.
Dei tanti casi placebo di cui ero venuto a conoscenza o che erano
occorsi nella mia professione, mi venne alla mente un episodio analogo
occorsomi l’estate precedente, quando in una tarda mattinata
di canicola stavo riponendo con molta fretta nell’armadio di
un ambulatorio di un centro sociale i medicinali perché la
levatrice mi aveva avvisato di tenermi pronto per un parto che si
prevedeva problematico.
Mentre stavo rimettendo a posto un lassativo, sopraggiunge una donna
di mezza età, in gramaglie, supplicandomi di darle qualcosa
per dormire e per andare di corpo.
Date le circostanze, le detti un po’ del lassativo, dicendole
che le sarebbe servito anche per stare più tranquilla e la
raccomandai di tornare dopo qualche giorno.
Tornò benedicendo me, i miei che mi avevano messo al mondo
e la terra che mi reggeva. Rimasi di stucco quando mi disse che, dopo
tanti anni, cioè da quando le era morto il marito, finalmente,
era riuscita a dormire e mi chiese di darle qualcosa per andare di
corpo.
L’esperienza degli effetti placebo costella per fortuna la vita
professionale di ogni medico.
Particolare soddisfazione, tuttavia, mi rendeva quanto più
volte ebbi la ventura di sperimentare durante le mie prestazioni in
ospedali statunitensi: invece della solita iniezione di morfina che
si soleva somministrare la sera ai sofferenti di dolori da cancro,
dopo un breve colloquio con il/la paziente, convincevo la nurse a
provare prima con una fiala di soluzione fisiologica Quasi sempre
si otteneva un certo effetto e, a volte, sufficiente ad assicurare
un soddisfacente riposo notturno.
Roma
22 aprile 2002 Pier Luigi Lando
N.
B. .Siccome l’argomento di questo scritto potrebbe dare a intendere
che l’efficacia in particolare dell’omeopatia sia da attribuire
a un effetto placebo, per scienza, coscienza ed esperienza clinica
ritengo doveroso precisare che i rimedi omeopatici hanno una reale
efficacia terapeutica. Basti pensare che tale efficacia si constata
negli animali, nei bambini molto piccoli e, soprattutto, è
comprovata dagli effetti patogenetici che si verificano, sia sperimentalmente
in doppio cieco sia per impropria automedicazione, sin dai primi tempi
dell’uso di questa medicina. L’obiezione che in essi non
vi sia neanche l’atomo risente di una concezione pre-socratica
della materia che la fisica attuale concepisce come potenziale energetico.
In effetti, il rimedio omeopatico non agisce chimicamente. Oggi esso
è oggetto di studio da parte dei fisici nucleari.