CAPRICCI  O MESSAGGI?

            Comportamenti disturbati e disturbanti dei bambini vengono spesso etichettati come capricci. Una tale etichetta potrà fungere da alibi per intervenire d’impulso, magari inconsapevolmente mossi da problemi della propria infanzia. Quindi, senza scervellarsi per capire cosa il bambino intenda comunicare. Sapendoli decodificare come messaggi, invece, gioverà all’educazione del bambino, evitando un’escalation di controproducenti e frustranti interventi autoritari.

            Quando non si tratti di messaggi per bisogni fisiologici ( sete, fame, sonno, bisogno di essere cambiato ecc.), “le bizze” possono essere indicative che si sia già instaurato un regime di potere che alimenta un braccio di ferro tra la volontà allo stato nascente del piccolo con quella dei grandi. Si da per scontato che il bimbo debba soltanto ubbidire e seguire le direttive indiscutibili degli educatori, ma non si tiene conto che il prepotere provoca il contropotere. Una specie di dichiarazione di guerra di solito razionalizzata dalla “pezza di sostegno” che il piccolo debba apprendere regole per poter vivere e convivere nella nostra società.

            Intanto, si deve ricordare che, sin dal secondo anno di vita, il bambino è naturalmente portato a confrontare la propria volontà con quella degli adulti opponendosi: è la fase conosciuta in psicologia dell’età evolutiva appunto come fase dell’opposizione, funzionale alla nascita e sviluppo dell’Io, alla lotta per l’identità. Perciò di fondamentale importanza per un valido sviluppo della personalità

            In linea di massima, un educatore, quando non trova altro modo di relazionarsi con l’educando o con i cittadini e ricorre a misure autoritariamente troppo repressive, si dovrebbe chiedere cosa avrà sbagliato nell’impostare il metodo educativo adottato.

            Nel caso dell’educazione dei soggetti in età evolutiva, quando si è impostato il rapporto contando sulla posizione “up”, all’insegna del: ”superior stabat lupus, inferior agnus”, capita che, prima o poi, per es.,  in occasione di un malessere del bambino, questi scopre i genitori non più sicuri di sé, anzi in preda ad ansia, cioè se stesso in posizione up e quelli in posizione down. Analoghi effetti potranno sortire, per es., da comportamenti ticcosi appresi da un compagnetto e cronicizzarsi appunto per l’eccessivo allarme da parte dei familiari.

            La scoperta di successo nel ribaltare la posizione relazionale potrà indurre il soggetto già in svantaggio alla tendenza a riproporre i comportamenti che gli hanno regalato i cosiddetti vantaggi secondari ogniqualvolta voglia ottenere qualcosa negata e sarà tanto più forte e coatta quanto più la posizione “sotto” sia stata precedentemente subita e sofferta. Pregiudicante ipoteca per quando il piccolo diverrà, a sua volta, genitore, educatore o, comunque, assumerà ruoli dirigenziali.

            E’ in base a considerazioni di questo genere che è consigliabile che gli aspiranti genitori, oltre a preoccuparsi della salute del proprio corpo (quello della madre è la prima abitazione del figlio e chi farebbe nascere e vivere un proprio figlio in un ambiente malsano?) dovrebbero, tempestivamente, avviare a soluzione i quasi sempre presenti problemi acquisiti durante i propri primi tempi di vita al fine di poter instaurare un rapporto più equilibrato con la prole e a non riversare su di essa le conseguenze dei su accennati problemi.             Contare sulla propria posizione predominante è un rischio carico di conseguenze indesiderabili che corre un educatore.

            Pur essendo sconsigliabile  l’instaurazione di un rapporto cameratesco, privo di autorevolezza (autorevolezza non significa farsi temere, ma incutere fiducioso rispetto per le prestazioni accretive di un servizio come quello autenticamente educativo. Si ricorda che educare viene dal latino educere e non significa inculcare), si ritiene che un rapporto educatore/educando funzioni in modo soddisfacente se questi sente che l’educatore è dalla sua parte. Per questo, è consigliabile che ci si rivolga al bambino con voce sommessa, confidenziale, anche quando egli non è ancora in grado di capire spiegazioni razionali. Quindi, comunque uindi,non urlando i NO. “La capacità di dire NO ! ” viene oggi propalata come panacea. Irresponsabilmente, giacché non si tiene conto che non saranno scarse le probabilità che un tale messaggio venga recepito da soggetti che hanno a fior di pelle il meccanismo della cosiddetta compulsione a ripetere, cioè la voglia coatta di rivalsa, di ribaltare transferalmente perfino sui figli quel che avranno subito dai propri genitori, magari per la nascita di un fratellino, ma anche da educatori secondari compagni di gioco e di scuola.

            In fine, ma di primaria importanza l’indicazione del più congeniale veicolo educativo: il gioco sulle cui possibilità educative i genitori delle altre specie avrebbero parecchio da insegnarci. Del resto, già i nostri antichi padri latini avevano scoperto che “ludendo, discitur”. Madre Natura inventò l’appetenza ludica per inserire ulteriori informazioni nel genoma. E’ auspicabile che l’espressione capricci non venga più adoperata dagli educatori o, addirittura, bandita per sempre e da tutti.

 

            Roma, 10 luglio 2008                                             Pier Luigi Lando