GENITORI: CONSAPEVOLIZZARLI PRIMA PER NON COLPEVOLIZZARLI DOPO

“Femmininity is the future of Humanity” (*)

         In particolare a psicologi e a sociologi, viene contestata la tendenza a colpevolizzare i genitori riguardo ai problemi dei loro figli. In effetti, dall’osservazione clinica di soggetti in età evolutiva con disturbi, che vanno da quelli comportamentali a quelli psico-.affettivi, dell’umore e relazionali, di solito, risulta  evidente il nesso di causalità con metodi ritenuti educativi, da parte di uno o ambedue i genitori. Tuttavia, a un più completo esame di tanti dei relativi casi, non appare sostenibile la tesi di colpevolezza, giacché, anzitutto, manca per lo più l’intenzionalità di nuocere, anzi risulta che i genitori abbiano fatto del loro meglio per allevare i figli “per il loro bene”, perfino giovandosi di apposite letture.
         Capita, però, che con  i metodi comunemente adottati interferiscano fattori emergenti da  livelli dell’apparato neuropsichico di cui non si è consapevoli (v. pure  la locuzione assunti di base adoperata da W. Bion per le dinamiche gruppali). Pertanto occorrerà chiedersi che cos’altro sia necessario per funzionare adeguatamente come educatori nell’accezione più propria del termine.
         Dalla Ricerca eco-psico-sociale risulta che sia di fondamentale importanza l’attitudine a impegnarsi responsabilmente nel ruolo genitoriale, sempre più riconosciuto fra i più complessi. Pertanto sarebbe di propedeutica importanza un’altrettanto responsabile verifica attitudinale, al fine di avviare tempestivamente a soluzione i quasi immancabili problemi acquisiti durante  i primi tempi di vita, che potrebbero inficiare ogni buona intenzione di svolgere accretivamente (cioè in modo da favorire lo sviluppo delle potenzialità evolutive) il ruolo parentale. Sarà per questo che quando alcune madri  avevano chiesto a S. Freud consigli su come allevare bene i propri figli, si racconta che lui abbia risposto: ”Comunque fate, sbagliate”?

         Dalla stessa Ricerca emerge che, in particolare sia di fondamentale, essenziale, decisiva importanza il ruolo della madre, in quanto lei costituisce il primo ecosistema del nascituro e ogni sua condizione potrà influire sulla formazione della personalità dello stesso prodotto del concepimento: da come lei interagirà con il suo stato bio-energetico sullo sviluppo somato-psichico del/la figlio/a e dalle modalità secondo cui si attiverà la recettività e la reattività dell’apparato neuro-psico-emotivo e relazionale del/a figlio… come dire ”chi ben comincia è alla metà dell’opera”. La madre costituisce pure il primo aggancio relazionale ed è degno di particolare rilievo il fatto che l’attachment (J. Bowlby) si verifica grazie all’ossitocina, la cui secrezione si accresce con le doglie del parto, anche nel nascituro.
         A dir poco sorprendente il fenomeno che anni fa venne trasmesso con un filmato da un programma televisivo: il tasso della secrezione di tale neurormone, monitorato in una scimmia partoriente, nonché nel cucciolo e nei con specifici appartenenti al medesimo branco, aumentava  in tutti, capobranco compreso. Il che potrà spiegare la voglia di partecipare all’accudimento  del  piccolo da parte di tutti loro. La  gradualità di passaggi a successivi agganci  relazionali favorirà lo sviluppo delle valenze relazionali, locuzione preferita da questa Ricerca ad altre più tecniche, giacché appare più adatta per  la divulgazione.

         Ove le prestazioni parentali non siano tali da catalizzare le potenzialità evolutive dei propri figli sarà come pretendere che da un pianoforte, le cui corde non siano appropriatamente tese, si ottengano i suoni desiderati. Il che  riporta alla mente il detto della saggezza popolare partenopea: “Tenere ‘a capa per separare ‘e recchie”. Quindi inutili, se non controproducenti (v. reazioni in fase dell’opposizione e dei dispetti) l’esempio,  i richiami etici e via di seguito.

         Da quanto, pur sommariamente fatto presente, dovrebbe apparire chiaro che consapevolezza, tempestivo e coerente impegno a far sì che una potenziale madre sia in grado di allevare chi mette al mondo come persona in grado di realizzazione all’optimum, potranno giovare a che i suoi figli siano degni di far parte della specie autenticamente Homo sapiens. Così una tale donna non farebbe parte di quelle che, da madre chioccia, mantengono per sé i figli come “pezzi ‘e core” e, come cittadina, che lamentano, poi, le conseguenze. Inoltre, come partner coniugale, potrebbe prevenire rischi di subire quelle violenze che ancora non si sta riuscendo a prevenire, nonostante apposite misure giuridiche e  neanche con plateali manifestazioni sollecitate dall’allarme dell’opinione pubblica.

         Per comprendere meglio come il cosiddetto parto psico-emotivo di un/a figlio/a dipenda da fattori connessi con  lo stato in cui si trova la relazionalità  della madre, riporto in sintesi il caso di una madre che portò la figlia, che aveva appena compiuto 6 anni presso un centro dove era in corso un’attività di gioco autogestita da alcuni genitori. Questa madre era preoccupatissima perché la figlia che alla prossima sessione autunnale avrebbe dovuto iniziare la frequenza scolastica era assolutamente dipendente da lei al punto che stava costantemente e fisicamente in contatto con  lei perfino quando entrava nella vasca da bagno ecc. Avevo raccomandato ai partecipanti di non far alcun tentativo per interrompere tale attaccamento (noto agli psicologi dell’età evoluta come Sindrome simbiotica di Margaret Malher). Ebbene il graduale distacco dalla madre andò di pari passo con agganci amichevoli della madre con persone di questa attività autogestita.
         Per inciso, questa mini storia potrebbe giovare pure per sottolineare ancora una volta la discordanza tra ciò che si manifesta a livello della consapevolezza e il vissuto al di là della ragione: ne sono stati consapevoli tanti pensatori che oggi, in gergo facebookiano, si direbbe hanno condiviso la locuzione ovidiana: “ Video meliora, deteroiora sequor” (v questa  locuzione su internet), per la traduzione in italiano, qui mi limito alla citazione del verso  foscoliano: ”Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio”.
         In definitiva, è auspicabile la presenza sul territorio di servizi in grado, magari con l’ausilio di gruppi di self-help, di offrire agli aspiranti genitori opportunità di tempestiva preparazione per svolgere appropriatamente un tale complesso ed essenziale ruolo, in specie della donna.                     
                                                                             
(*)  È la tesi sostenuta da Rael Maitreya nell’omonimo suo libro, pubblicato da The Raelian
 Foundation 

                                                                                
                                                                                                                           Pier Luigi Lando