STIAMO ANCORA RISCHIANDO DI PERDERE L’ULTIMO TRENO
PER UNA TEMPESTIVA PREVENZIONE


Le preziose opportunità offerte dalle attività ludiche,
veicolo congeniale per i soggetti in età evolutiva

Le lamentele, le denunce, le proposte di legge e di riforme ministeriali per tamponare i diversi mali di cui soffre il mondo della scuola durano da quel dì e a tutt’oggi non si intravedono risultati soddisfacenti.
            Dall’abbandono scolastico ai comportamenti disturbanti, sino a tutte quelle manifestazioni sintomatiche, che fanno parte della sindrome fobia della scuola e che tradizionalmente sono state affrontate con l’arma del voto (quello in condotta compreso) o con provvedimenti disciplinari, sono generalmente dovuti a condizioni e fattori che si potrebbero prevenire o almeno alleviare in modo non traumatico, per facilitare soddisfacenti profitto e inserimento scolastici.
            Di fondamentale importanza è la questione della preparazione dei docenti, alla quale si è provveduto a rimediare con una legge che prevede un corso di studio universitario, senza tenere conto che i titoli accademici non giovano a garantire specifiche attitudini, mentre, magari con un tempestivo inserimento in un gruppo psicosociale, si dovrebbe aiutare l’aspirante docente ad avviare a soluzione quasi immancabili problemi psico-emotivi acquisiti durante l’infanzia in seno al gruppo familiare che riscgirebero di sturbare il rapporto con gli alunni, i loro familiari, il corpo amministrativo e il restante personale dell’ambiente scolastico.
            Poiché i docenti psico-emotivamente rappresentano figure genitoriali secondarie, il transfert da parte degli allievi è quais scontato, ma son pure da tenere in debito conto le reazioni contro-transferali, da parte degli stessi docenti. Tali reazioni rischiano di emergere in rapporti legati appunto, a loro volta, a problemi risalenti alla propria infanzia: nei confronti di un /a allievo/a, possono venire evocate reazioni originariamente represse e rimosse per un fratellino o una sorellina.
            Siccome queste situazioni relazionali non sono eccezionali, la preparazione degli aspiranti docenti non si deve esaurire con titoli di studio, bensì usufruire, per lo meno, di un Gruppo di discussione.

I PREREQUISITI

            Sotto questa voce si annoverano condizioni psico-fisiche degli scolari, che vanno dalle funzioni sensoriali (in particolare vista e udito) alle abilità psicomotorie, insomma a tutte quelle competenze che consentono un soddisfacente apprendimento.
            Quando si avanzano proposte legislative che prevedono l’anticipo dell’età d’inizio della frequenza della scuola dell’obbligo, non si tiene presente che già stabilire per legge l’età tradizionale di sei anni può provocare conseguenze sul benessere di giovani soggetti, poiché non si tiene conto del loro orologio biologico, quindi dei loro ritmi circadiani, nonché di perpetrare una specie di violenza.
In effetti, l’età anagrafica non sempre coincide con quella biologica e pedagogica. Anzi sempre più spesso si nota una discrepanza tra tali età, in buona parte dovuta al tipo di vita odierna con la sempre più diffusa urbanizzazione che toglie spazi favorenti lo sviluppo psicomotorio dei soggetti in età evolutiva, mentre li relega a occupazione del tempo libero in giochi sedentari che inducono a consumare giocattoli e games telematici più utili al mercato, ma poco o per nulla  adatti, anzi addirittura ostacolanti un soddisfacente sviluppo psicomotorio.
Mediante il veicolo più congeniale per queste età, ossia attività di gioco animate da operatori appositamente preparati (di estrazione pedagogica, psicologica, sociale), si potrebbero, evitando traumi psico-emotivi, individuare, oltre che eventuali deficit sensoriali, vari problemi originati in seno alla famiglia e dovuti  a svantaggi culturali.
Quindi, con l’ausilio di attività ludiche, si potrebbero avviare a soluzione difficoltà e problemi di vario genere.
            E’ per lo meno colpevole continuare a ignorare le ripercussioni che si rischiano nel pretendere rendimento e inserimento scolastici da alunni ipovedenti e ipoacusici, per non dire di tante altre difficoltà, tra cui lo svantaggio culturale e disagi psico-emotivi che caratterizzano, a volte, tali soggetti come pseudo-insufficienti mentali.
            Agli addetti sono ben noti casi in cui blocchi psico-emotivi avevano indotto a considerare e perfino a diagnosticare come deficienti mentali bambini che in seguito sono stati scoperti addirittura superdotati.
            Anche in considerazione che molti problemi caratteriali, persino ricadenti in modo drammatico e perfino tragico sulla nostra collettività, alimentando la quotidiana cronaca nera, iniziano o si aggravano durante la frequenza scolastica, si auspica che, come per tanti altri problemi psico-sociali, ci si orienti sempre più verso intenti preventivi, utilizzando conoscenze bio-psico-pedagogiche oggi più disponibili.
              Piuttosto che appesantire la cartella scolastica di costosi volumi che, tre l’alto, fanno male all’apparato osteo-muscolare e, per le esigenze lavorative dei genitori, mantenere rigidamente orari non confacenti con le esigenze psico-fisiologhe dell’età infantile, specialmente per quel che riguarda l’ora di ingresso mattutino, sarebbe ora (veramente si è da tempo in ritardo) di mettere al centro dei provvedimenti scolastici gli alunni.

                                                  LA SCOLARESCA COME GRUPPO DI LAVORO

            Se un certo numero di persone si mette o viene messo insieme per un determinato scopo è molto probabile che si accenda una dinamica di gruppo.
            Prima di procedere oltre, occorre almeno un cenno ai fenomeni che si verificano nei piccoli gruppi, descritti da uno dei genitori della Psicoterapia di gruppo, W. Bion.
            Si precisa ancora che il modo di funzionamento di un gruppo dipende principalmente dalla personalità del conduttore oltre che da quelle dei componenti il gruppo, anche numericamente.
            Si parla di:
-   “gruppo di lavoro” quando il gruppo funziona secondo gli scopi che si era prefissato.
      A mano a mano che il gruppo supererà  i dieci, quindici componenti, si potranno generare i seguenti fenomeni, denominati assunti di base che confliggono come resistenze con la modalità  intenzionale di funzionamento del gruppo, ossia con  il gruppo di lavoro.
      In effetti i componenti di un gruppo pare che, sotto sotto, tendano a stabilire un rapporto di dipendenza dal conduttore e dallo stesso gruppo, oppure di aggressività o, ancora, può prevalere un’interazione a due a due, per cui il gruppo rischia di frantumarsi in sottogruppi.
“gruppo attacco e fuga”, in cui prevale l’aggressività tra i componenti (*)
- “gruppo di accoppiamento”, quando si ha la frammentazione con la formazione di sottogruppi;
- “gruppo di dipendenza” dal conduttore (docente, nella fattispecie), quando questi  esercita un particolare fascino carismatico o seduttivo. (Sembra che ciascun leader abbia un proprio potenziale di leadership).
N. B. appena viene meno l’influenza di un tale leader, potranno prendere il sopravvento istanze che daranno luogo a conseguenze comunque problematiche e di vario genere, a seconda della situazione psico-emotiva dei componenti il gruppo.
      (*) Di questo fenomeno posso dare testimonianza per esperienza diretta: quando nel gruppo psicoanalitico di cui facevo parte, presso un Istituto universitario, vennero inseriti altri componenti e venne superato il numero che ne consentiva il funzionamento come gruppo di lavoro, pur essendo tutte persone nella "normalità", ("adulti e vaccinati"), svolgenti normali attività professionali, prevalse l'aggressività, al punto che i due conduttori, a più riprese, ci avvertivano che ci stavamo comportando come cuccioli che si avventano sulla scodella del latte (nel gergo, il latte significava quel che di proficuo di cui ciascuno di noi avrebbe potuto usufruire), sprecando tempo e soldi.
       Da quanto accennato ci si potrà rendere conto di quel che può avvenire in una classe di adolescenti!
Intanto si rileva che l’atavica tendenza a governare il comportamento di soggetti in età evolutiva con norme disciplinari, è  foriera di rischi che potranno essere peggiori del “male” che si intendeva contrastare.
            Il ricorso al “braccio di ferro” potrà venire recepito come una sfida e instaurare una specie di fronte conflittuale, a discapito del dovuto e vantaggioso rapporto autorevole, nonché alimentare idee persecutorie che, a loro volta, solleciteranno i familiari a prendere comunque le difese del giovane e schierarsi contro gli operatori scolastici.
               Senza scadere nel facile cameratismo, anzi mantenendo un dignitoso contegno, chiunque si trovi nel ruolo di educatore potrà sperimentare i vantaggi delle proprie prestazioni con spirito di servizio, facendo percepire agli educandi che si sia dalla loro parte, che li si sta aiutando ad apprendere ciò che gioverà a loro per la propria vita, prestando competenze che al momento a loro mancano, stimolandone l’acquisizione.

Premesso che ogni comportamento disturbante (così come i cosiddetti capricci nei più piccoli) debba essere inteso come messaggio, al lume di conoscenze di dinamica di gruppo, una classe in agitazione può avere il significato di una lotta per la leadership o/e di una carenza di leadership da parte del conduttore (nella fattispecie, docente). Uno dei fattori disturbanti il gruppo può essere dovuto, oltre che a tensioni represse, comunque irrisolte o esacerbate, proprie della “fase dell’opposizione e dei dispetti”, a “conti da regolare transferalmente” e connessi con rivalità accese  in seno al gruppo familiare.
A tal proposito si rileva che oggi più che mai un/a ragazzo/a può giungere a scuola sovraccarico/a di tensione che avrà “accumulato” (proprio come un accumulatore elettrico) in famiglia, il che  indurrà il soggetto a ricercare a sua volta in ogni modo l’occasione per scaricare detta tensione per lui/lei intollerabile. Pertanto sarà portato/a ad avere atteggiamenti provocatori, da “bullo/a”.
Per inciso; situazioni di grave accumulo di tensione psico-emotiva potranno configurarsi clinicamente come forme depressive e, addirittura come forme psicotiche, tali da indurre gli addetti a formulare diagnosi di specifiche “malattie mentali”.
Si rileva ancora che il recente fenomeno delle cosiddette “bulle” potrà essere spiegato dal fatto che le ragazze¸ oggi, si sentono di gestire le proprie tensioni (tradizionalmente represse) di persona, non accontentandosi più  di “gestirle per delega”, magari “innamorandosi” del bullo fungente da alter ego
Potrà risultare significativo che, nei giochi allo “sfottò”, frequenti nelle classi scolastiche, si ha il fenomeno del mobbing: “guai per i timidi, per i più deboli!” Nei loro confronti si scatena la più impietosa e crudele violenza che pare sia sintomatica di cerebropatie per conseguente carenza di umori e strutture umanizzanti.
Dovrebbe servire da monito specialmente ai genitori che ritengono di “educare” i figli ricorrendo a metodi autoritariamente deterrenti, insomma da domatore di circo equestre o, al contrario, rinunciando a prestare le dovute funzioni educative che dovrebbero aiutare i loro piccoli a incanalare le proprie energie secondo le insite potenzialità evolutive.
Ancora per inciso le conseguenze di improvvisazioni educative potranno  dar luogo a gravi risentimenti che si potranno manifestare molto più tardi, perfino nei confronti del partner coniugale.  
Da tenere sempre presente il ben noto processo del controtrasfert, per cui i docenti e, possibilmente, tutte le persone che hanno a che fare con gli scolari, dovrebbero perlomeno avviare a soluzione i propri problemi relazionali, magari giovandosi dei cosiddetti Gruppi Gordon (v. Di Donata Francescano: ”Star bene insieme a Scuola”).

Sul versante preventivo, al fine di individuare tempestivamente deficit sensoriali (strumenti essenziali per l'apprendimento: vista e udito), per colmare svantaggi culturali, per facilitare la socializzazione e avviare a soluzione quasi sempre immancabili problemi relazionali ecc. sarebbe estremamente vantaggioso intervenire qualche tempo prima del momento d’inizio della scuola dell’obbligo, animando, mediante personale appositamente preparato, attività di gioco (il ludico come veicolo il più congeniale per  interloquire con soggetti in età evolutiva) tra scolari destinati a una medesima classe.
Ancora auspicabile sarebbe la disponibilità di una ludoteca che affianchi l’opera dei docenti.

 

IL RUOLO DEL GIOCO

            Occorre premettere che, quando si considerino a fondo le varie funzioni vitali dell’attività ludica, sia dal punto di vista energetico che da quello relazionale, si potrà convenire che il gioco sia uno dei più importanti fattori per la crescita di tutta la persona e che le carenze ludiche abbiano molto a che fare con tante manifestazioni sconcertanti dei nostri giovani.
Le attività ludiche, inoltre, si dimostrano tra quei fattori che possono avere maggiore peso per la metabolizzazione e la gestione delle nostre cariche energetiche e quindi dell’aggressività.
In proposito, si deve rilevare che ai fini anzidetti non giovano sufficientemente i giochi con i giocattoli, ma piuttosto giochi che oggi non sono più neanche pensabili nella vita in cattività, chiusi in  appartamenti accatastati nei quali la stragrande maggioranza dei bambini è costretta. I giochi ai quali ci si riferisce, cioè dei tempi precedenti la loro industrializzazione, sono quelli con la sabbia,  con l’acqua, con l’argilla, il rincorrersi, fare la lotta libera con i coetanei, l’arrampicarsi sugli alberi e così di seguito.
Questi giochi non solo sarebbero in grado di favorire lo smaltimento in senso quantitativo delle cariche energetiche, ma anche di agire in senso catartico riguardo ai risentimenti contro rivali accumulati nella memoria. In realtà, i fatti sembrano dar ragione a Freud quando afferma che, nei profondi meandri della nostra psiche, vige la legge del taglione, per cui l’aggressività accumulata, quando non abbia la possibilità di scaricarsi contro chi l’ha scatenata, dovrà trovare in qualche altro modo un bersaglio sostitutivo (transfert), pena la scarica contro se stessi, cioè trasformandola in sintomi (somatizzazioni, autolesionismo ecc.). 
Si può facilmente comprendere che qualcosa di questo genere (investimento nell’azione delle cariche energetiche e transfert) avvenga specialmente nella ritualizzazione del gioco del pallone. Questo per i giocatori, mentre diversa è la posizione degli spettatori, per cui interviene il fenomeno della gestione per interposta persona o per delega.

MODELLI OPERATIVI SUL CAMPO RELATIVI A MIE ESPERIENZE

            L’esperienza di lavoro, più volte menzionata, presso un ospedale psichiatrico di Contea statunitense, mi ha sin d’allora sensibilizzato in particolare verso quella quota di popolazione carceraria, la cui chiave di lettura dei loro comportamenti potrebbe essere quella della assegnazione e assunzione di ruoli da “pazienti designati” in seno alla famiglia.
            Non sono ancora riuscito a promuovere un apposito gruppo di lavoro
            Altrettanto vale, purtroppo, per un gruppo di lavoro per la prevenzione delle violenze contro le donne.
            Mi limito a ribadire la proposta del coinvolgimento, per passa parola, delle ragazze possibili partner di soggetti, per lo più mammoni, il cui identikit dovrebbero essere in grado di riconoscere  tempestivamente per evitare ogni tipo di aggancio.
            Soprattutto la raccomandazione di pensarci bene prima di mettere al mondo figli con chi avrà già manifestato segni di possessività, insomma di essere rimasto relazionalmente al livello di rapporto simbiotico (v. valenze relazionali).
            Da Ufficiale Sanitario di un consorzio di 4 comuni in Provincia di Catanzaro, nello svolgere funzioni anche di Medico scolastico, grazie all’intelligente collaborazione del Direttore Scolastico del capoluogo, ero  rimasto sensibilizzato nei confronti sia dei problemi degli alunni sia dei docenti.
            Per gli alunni mi premeva sempre più la questione del perché non si facesse qualcosa prima, al fine di avviare a soluzione i quasi immancabili problemi acquisiti in famiglia, per i docenti mi sembrava illogico pretendere capacità e un soddisfacente rapporto con  gli allievi, dal momento che essi si trovavano sulla cattedra  senza aver usufruito di un adeguato tirocinio.
            Quando, in seguito alla vincita di un altro concorso, passai, come Medico provinciale aggiunto, presso l’Ufficio del Medico Provinciale, mi  si offrì l’opportunità di usufruire di una Borsa di Studio dell’OMS.
Per approfondire tematiche scolastiche, redassi dei progetti e, nella primavera del ’65 mi recai in Svizzera e in Inghilterra dove ebbi modo di venire a conoscenza di tante iniziative, per lo più in fase sperimentale. Grazie ai suggerimenti del Segretario Nazionale del CIGI (Comitato Italiano per il Gioco Infantile), nei ritagli di tempo aggiungevo al programma visite, per osservare iniziative  che utilizzavano le attività ludiche a fini pedagogici.
            Nei quaranta giorni di corso intensivo presso il Ministero della Sanità, che si doveva frequentare prima dell’impiego in un ufficio, ero rimasto interessato alla specializzazione in neuropsichiatria infantile grazie alla sollecitazione di alcuni docenti, per poi impiegarla presso due Divisioni (una per gli Ospedali psichiatrici e un’altra per i Centri di igiene mentale) dello stesso Ministero. Tra le mie funzioni, quella di partecipare al Consiglio Provinciale di Sanità presso la Prefettura.
            La vaccinazione antipolio aveva posto la questione di un diversa utilizzazione di una grande e bellissima villa sul Golfo di Squillace, che una Fondazione aveva utilizzato sino allora per la riabilitazione dei post-poliomielitici.
            Quando, di ritorno dalla su accennata Borsa di studio il Prefetto mi chiese parere a riguardo, essendo io particolarmente rimasto sensibilizzato per i problemi dei dislessici, non favorevole a trattarli come pazienti e di proporre, invece, metodiche fondate sul ludico, la possibilità dell’utilizzazione di un tale soggiorno mi sembrò ideale.
            Lo  scopo principale non era tanto il recupero di una quindicina di scolari segnalati tra oltre 500 da docenti, quanto quello di porre all’attenzione di quanti si trovavano già coinvolti in problemi di  difficoltà scolastiche (spesso manifestate con l’abbandono, fobia della scuola, disturbi comportamentali, ecc.) ciò che si poteva trovare alla loro base.
Altro scopo importante offrire opportunità di tirocinio sul campo a insegnanti o aspiranti tali.
            Quindi, sempre con l’autorevole, sensibile e intelligente appoggio del Prefetto, Wladimiro Zafarana, fu ottenuta, previa riunione presso la stessa prefettura, la collaborazione del Provveditorato agli Studi, del Presidente della Provincia, Commissario dell’OMNI e della CRI, nonché del Direttore del Centro di Igiene Mentale.
            Il Progetto, di cui si riporta una sintesi, dal titolo "Iniziamo da una generazione" redatto da un qualificato gruppo di lavoro formato dalle dottoresse Francesca Cenciotti, Antonella Raho e Laura Cardella, conclude questo libro.

Proposte per alcune operazioni, al fine di una tempestiva prevenzione di problemi scolastici, partendo dalla verifica dei prerequisiti in età prescolare attraverso la tecnica del gioco

INIZIAMO DA UNA GENERAZIONE

Premessa

               Il primo approccio con la scuola è spesso determinante per il prosieguo degli studi e può alimentare atteggiamenti che ostacolano tutto il successivo percorso formativo. A maggior ragione ciò è rilevante per la scuola primaria.
               Inoltre la frequenza della scuola dell’infanzia non è obbligatoria e spesso, specialmente nella città di Roma, molti sono i bambini/e che non vengono accettati per carenza di posti.
               Dai dati esaminati, inoltre, emerge l’aumento dei casi, negli ultimi anni, di bambini con disturbi specifici dell’apprendimento. La strategia più efficace per il riconoscimento dei sintomi in epoca precoce è fornire agli insegnanti un valido strumento per riconoscerli ai loro esordi che, in seguito, può favorire l’impostazione di una corretta metodologia didattica.
               Si propone un Progetto che potrebbe essere inserito nelle attività di accoglienza, con l’obiettivo di far precedere, all’attività più specificamente didattica, una fase di tipo ludico finalizzata a creare le condizioni per una relazione educativa favorevole basata sulla conoscenza delle caratteristiche, delle potenzialità e delle eventuali difficoltà di bambine/i individuate attraverso il gioco.
Il gioco diventa, quindi, lo strumento principe per effettuare uno screening precoce nei primissimi anni di scolarizzazione e, successivamente, potrebbe rinforzare l’attuazione di interventi didattici specifici, attraverso una flessibilità didattica e un appropriato metodo di insegnamento.
               Il Progetto è rivolto agli insegnanti in servizio e in formazione della scuola dell’infanzia e della primaria e prevede il coinvolgimento di associazioni di insegnanti, dei genitori, dei bambine/i dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia e del primo anno della scuola primaria.

OBIETTIVI:

- attraverso giochi sensoriali e di movimento, individuare eventuali carenze e difficoltà di apprendimento e di coordinazione visuo-motorio;
- far sì che gli insegnanti conoscano meglio i prerequisiti su cui impostare l’attività didattica, calibrandola sulle potenzialità individuali e tenendo conto delle specificità degli alunni;
- promuovere la socializzazione e la disponibilità alle relazioni tra bambini e nei confronti degli insegnanti (giochi di ruolo);
- favorire la costituzione del gruppo classe nella fase iniziale della classe 1° della scuola primaria attraverso il ricorso al ludico;
- agevolare un atteggiamento amichevole, disponibile e fiducioso nei confronti della scuola, sia in coloro che provengono dalla scuola dell’infanzia, sia in coloro che entrano a scuola per la prima volta.
Il progetto si articolerà in tre tappe:

1) corso di formazione per insegnanti/educatori;
2) attività ludiche con i bambini delle classi coinvolte;
3) somministrazione del test da parte degli esperti.

Per il primo anno verrà individuata una scuola-pilota (infanzia/elementare) e, a seguito dei risultati ottenuti, si deciderà l’eventuale numero di scuole da coinvolgere.

Ai corsi (almeno per il primo anno) prenderanno parte:

  • gli insegnanti dell’ultimo anno della scuola per l’infanzia
  • gli insegnanti della prima classe della scuola primaria
  • gli insegnanti della classe ponte (se presente nella scuola)
  • lo psicologo (se tale figura è presente nella scuola, presso uno sportello di ascolto o altro)

 

                                                                                                                Pier Luigi Lando