ANCHE GLI UMANI POSSONO DIVENTARE DEI PITBULL

DAGLI ANIMALI LEZIONI E DALLE ATTUALI CONOSCENZE INDICAZIONI CONCRETE PER UNA PACIFICA COESISTENZA

Non occorrerà alcuna argomentazione per dimostrare che i pitbull non nascono feroci e che divengono tali in seguito a spaventose manipolazioni da parte dell’uomo,
Per rendersi conto di come anche gli esseri umani possano diventare violenti, in tutta una gamma che va da una tollerabile aggressività sino ad un’estrema ostilità, basterà spiegare quanto è esposto nella seguente tavola.
( V.GRAFICO).
Quella centrale operativa che chiamiamo Io è posta in una specie di lente-filtro che si colora verso tonalità di rosa o di grigio nero a seconda se riceve informazioni , rispettivamente, positive o negative. In altre parole, se sin dai primi tempi di vita l’individuo ha l’opportunità di avere esperienze gradevoli, congeniali al proprio progetto, egli sarà recettivo verso ulteriori esperienze, avrà un atteggiamento ragionevolmente ottimistico e disponibile verso i propri simili e gli eventi della vita. Avviene il contrario se le esperienze subite non sono in sintonia con il proprio progetto, se sono state traumatizzanti. In quest’ultimo caso, si ha tutta una serie di tendenze reattive negative a seconda della durata, dell’intensità e di altre variabili soggettive e ambientali, sino al rischio di permanenza in uno stato di allarme, di diffidenza, ostilità e aggressività violenta nei confronti di tutto ciò che la persona vivrà come minacciante la propria integrità. La lente posta sul “substrato neuropsichico” sta a rilevare l’influenza di base provenienti dalle informazioni eredo-genetiche.

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E’ noto come Joel Schumacher, nel suo film Tigerland, definisce “Un assaggio d’inferno, prima di andare nell’inferno vero, quello del Vietnam”, il campo per l‘addestramento militare in cui dei cittadini “normali”, bravi ragazzi, magari educati anche religiosamente, vengono trasformati in una specie di pitbull, in grado non solo di uccidere, ma perfino di perpetrare ogni genere di violenza contro altri esseri umani che vengono loro presentati come nemici.
Altrettanto noto dovrebbe essere quanto accadde diversi anni fa negli Stati Uniti e, poi, in Italia presso l’Università del Sacro Cuore : a degli studenti venne proposto un esperimento consistente nel seguire le istruzioni impartite da un uomo di scienza per il quale provavano stima e fiducia : per il progresso, essi dovevano somministrare crescenti potenzialità di voltaggio (comportanti terribili sofferenze con il rischio di morte) a un uomo steso su un lettino apparentemente connesso a cavi elettrici; naturalmente, sul lettino, a insaputa degli allievi, era steso un bravo attore che simulava perfettamente le intollerabili sofferenze a ogni successiva e più elevata somministrazione di corrente. La stragrande maggioranza di quei, peraltro, bravi ragazzi non desistette, non ebbe cioè l’ardire di opporsi alle sollecitazioni del capo.

Quali, dunque, possono essere le situazioni psicodinamiche di fondo che spieghino come una persona, peraltro perbene, possa giungere a commettere crimini efferati?

Pur conservando un sano scetticismo sugl’influssi di pianeti e costellazioni, sembra invece che sussista una certa corrispondenza tra il periodo dell’anno in cui uno nasce e alcune connotazioni caratteriali.
Meno contestabile appare la correlazione tra il patrimonio eredo-genetico e alcune propensioni caratteriali. In effetti, nel livello di organizzazione cerebrale, che nella scala filogenetica, abbiamo in comune con altre specie, dai grandi rettili in su, si tramandano alcune predisposizioni comportamentali soprattutto come modelli di comportamento di lotta anche cruenta. Negli umani tali modelli possono essere esacerbati e resi estremamente violenti da vari fattori:
- “inquinamenti diatesici”
- inquinamenti psicoemotivi” (rivalità con altri componenti familiari)
- interventi “educativi” (intimidatori, ricattatori)
Per inciso, prima di procedere a un’analisi puntuale di tali fattori, si deve almeno un cenno a una condizione cerebropatica – fortunatamente appartenente alla storia della medicina - indicativa della capacità dell’uomo di perpetrare il male per il male, cioè di infliggere sofferenze gratuite ai propri simili: si tratta dei postumi dell’encefalite letargica di Von Economo.

Fattori congeniti o “inquinamenti diatesici”

Con questa espressione si indica una condizione congenita che predispone ad alterazioni della reattività dell’insieme somato-psichico della persona. La medicina omeopatica, con terminologia settecentesca, ha individuato tre tipi di ”miasmi” responsabili di reazioni dell’organismo in senso ipo, iper e dis.
Quest’ultimo tipo di reazione, auto ed etero-distruttiva, violenta anche sul piano comportamentale, è quella che riguarda più direttamente l’argomento in trattazione.
Ai fini della comprensione di alcune tendenze comportamentali, appare comunque di qualche utilità la tesi della tendenza innata a reagire in un certo modo.

Fattori acquisiti - inquinamenti psicoemotivi per interventi “educativi”

La suddetta espressione si riferisce alle esperienze negative di cui si è detto a proposito della illustrazione grafica. A parte eventuali esperienze traumatiche pre, peri e post-natali, quelle cosiddette educative richiedono ulteriori chiarimenti; sarà anche utile qualche puntuale e propedeutica considerazione sul ruolo della famiglia e delle cosiddette figure genitoriali secondarie
.In effetti, con le migliori intenzioni di questo mondo, i familiari e gli educatori in genere possono disturbare anche gravemente un’armonica evoluzione della persona.
La soddisfazione dei propri bisogni vitali è un’esigenza fondamentale di ogni essere vivente. La persona umana ne ha di gran lunga di più e le richiede per più lungo tempo con prestazioni parentali.
L’istituzione familiare dovrebbe essere in grado di soddisfare tali esigenze che, secondo la scuola di Maslow, sono strutturate nella nostra psiche per ordini gerarchici, nel senso che i bisogni per la sopravvivenza hanno la precedenza sulle altre esigenze più propriamente connesse con la piena e soddisfacente realizzazione della persona nelle sue potenzialità più elevate.
Almeno un cenno merita la tesi della correlazione tra carattere e condizioni dell’ecosistema fisico-naturale sostenuta da Erich Fromm (Anatomia della distruttività umana, ed. A. Mondatori)
Per comprendere meglio come la componente acquisita ( proveniente soprattutto dagli interventi “educativi”) possa interferire con le informazioni eredogenetiche sino a prevaricarle conflittualmente, occorre rilevare quanto è avvenuto con l’evoluzione filogenetica.

Croci e delizie dell’evoluzione filogenetica

Quanto più semplice è la struttura di un essere vivente tanto più facile è per le istanze congenite (istintuali) la traduzione in comportamenti. In altre parole, nei viventi che si collocano nei primi gradini della scala filogenetica istinti e comportanti sono tutt’uno.
Il meraviglioso sviluppo del nostro cervello ha comportato non solo l’allontanamento del livello di organizzazione cerebrale che ci dà la consapevolezza e la decisionalità comportamentale, vale a dire la corteccia cerebrale, da quello istintuale, filogeneticamente più antico (cervello rettiliano), ma anche lo sviluppo della parte intermedia deputata per la funzione memorizzante e per la reattività emotiva.
L’enorme possibilità di accumulare in questa parte la stragrande maggioranza delle informazioni provenienti dall’educazione ha pure comportato il rischio di interferenze tra “la voce della natura”, cioè le informazioni eredogenetiche iscritte nel primo livello di organizzazione cerebrale, le informazioni memorizzate nel secondo livello e l’esecutività corticale. Quest’ultima, che esprime le manifestazioni comportamentali, è la risultante dell’interazione tra le istanze innate e quelle acquisite.
Per inciso, è opportuno precisare che il libero arbitrio è tanto più libero quanto più la persona è consapevole del contenuto e della forza delle istanze “occulte” : la condizione di “clandestinità” costituisce, di solito, un enorme vantaggio.
Ora, mentre le altre specie “sanno” per istinto cosa fare per allevare la prole all’optimum consentito dal proprio genoma e “sanno” come gestire le tensioni intraspecifiche, l’Homo sapiens, invece, non avendo “le istruzioni per l’uso” del proprio cervello, s’è trovato in un certo senso spiazzato, cioè nella condizione di dover procedere per tentativi ed errori al fine di stabilire, a spese proprie e dell’esistente nell’ecosistema, il protocollo da seguire. Per esempio, tra due esseri viventi, specialmente quando si incontrano per la prima volta, si genera quasi sempre un certo grado di tensione.
Ebbene, gli animali in genere nei loro approcci si giovano di una specie di laboratorio incorporato, olfatto, lingua (si pensi a quella dei serpenti) o altri organi, per cui sono in grado di valutare immediatamente la situazione e il rischio, regolandosi di conseguenza : attaccare da soli o in collaborazione, adottare strategie diversive, scappare. L’istanza del predominio è in grado di scatenare furibonde lotte. Nelle altre specie, essa viene gestita in modo quasi sempre incruento e ritualizzato per stabilire una scala gerarchica che risulterà funzionale all’economia vitale del branco.
A un osservatore attento, ma che non sappia come gli animali comunichino, risulterebbe stupefacente constatare che essi si “mettono d’accordo” sul tipo di interazione. Per esempio, i cuccioli apparentemente stanno lottando, ma è chiaro che stanno giocando dopo essersi, in qualche modo, “messi d’accordo” in tal senso. Due adulti “sanno” se stanno lottando per una partner o per il predominio e adottano i relativi rituali
Tra le istanze più in grado di scatenare furibonde lotte vi è quella di predominio che, nelle altre specie, viene gestita in modo quasi sempre incruento e ritualizzato, riuscendo a stabilire una scala gerarchica che risulterà funzionale all’economia vitale del branco.

Nella nostra specie

Negli umani l’istinto di predominio, sia pur mascherato perfino sotto forma di affetto genitoriale, filiale, fraterno, di amore coniugale e via di seguito, finisce per manifestarsi come potere nella sua accezione più negativa. La ricerca di “minus habentes”, quando presenta connotazioni coatte, spesso ha motivazioni di potere nell’accezione più negativa.
Purtroppo, si giunge a diventare genitori senza tenere sufficientemente conto che si trasmette alla prole tutto di sé, dal patrimonio eredo-genetico sino ai propri eventuali – in effetti quasi sempre presenti - problemi caratteriali in grado di pregiudicare l’armonica evoluzione di cui si diceva sopra.
Ancora, purtroppo, la preparazione al matrimonio in genere si centra prevalentemente su quel che suggeriscono le esigenze di mercato e di dimostrazione di status sociale.
Rimangono tutt’ora pressoché ignorati i cosiddetti fattori di crescita bio-psico-sociali che dovrebbero essere in sintonia con le potenzialità progettuali della persona.
Particolare scempio viene ancora perpetrato nei confronti di una fondamentale condizione di sviluppo della relazionalità: poiché rimane ignorata l’importanza della continuità e della costanza delle prestazioni parentali, mentre il cucciolo d’uomo richiede una fase di rapporto simbiotico con una figura privilegiata, di solito la madre, egli viene spesso sballottato da una all’altra persona senza tenere conto che il bambino memorizza la madre prevalentemente con il senso dell’odorato, con il sapore del latte, si sente più al sicuro se intorno a lui vi è una costanza di suoni, ovviamente gradevoli, l’udire la stessa voce, giacché egli nei primi tempi di vita, quando non può ancora compensare con l’esperienza, non può neanche capire che i cambiamenti momentanei non equivalgono a perdita definitiva.

La cosiddetta fase dell’opposizione e dei dispetti

Questa fase merita una trattazione più puntuale perché rimane ancora ignorata dalla maggior parte dei familiari, specialmente per quanto,riguarda il suo significato e la sua importanza, per cui si rischia di dar luogo a problemi che possono disturbare la persona per tutto il resto della sua vita e, quindi anche la società.
Essa inizia con il NO nel secondo anno di vita. L’opposizione al volere degli adulti è indice della nascita e dell’irrobustimento dell’Io e, nello stesso tempo, è il modo mediante il quale il cucciolo d’uomo collauda la propria individualità. Nei limiti della norma, è una salutare lotta per l’identità. Non v’è dubbio che essa rappresenta un momento difficile per i familiari. Essi si sentono disorientati, perfino frustrati ed è facile che ricorrano a quegli espedienti autoritari, intimidatori, perfino di ricatto o di corruzione rabbonente. E’ il momento in cui si rischia di instaurare un rapporto di potere con il figlio al quale egli reagisce con manovre di contro-potere.
A tal fine, il bambino ha naturalmente una specie di radar grazie al quale coglie ogni punto debole degli adulti: per esempio, quando scopre che essi ci tengono che mangi imponendo determinati cibi, che vada a letto a una determinata ora, che studi, egli approfitta di ogni elemento che possa costituire uno spunto per contrapporre la propria volontà a quella degli adulti.
Uno dei rischi più pregiudizievoli per un armonico sviluppo della personalità dei bambini è la reazione da parte degli adulti di affibbiare epiteti negativi: piccolo delinquente, piccola peste, cattivo e via di seguito.
D’altro canto, un’educazione molto rabbonente, “castrante” può dar luogo a un Io debole che rischierà di disintegrarsi a livelli psicotici. In effetti, un Io “ipotrofico” o “distrofico” tende ad accettare, comunque a stabilire un rapporto di dipendenza tanto più stretto, esclusivo, possessivo e non tendente ad alcuna evoluzione quanto più si sente inadeguato, ragion per cui, allorché si verifica la perdita della persona (“cara”) con la quale aveva instaurato un rapporto di dipendenza, si ha un crollo psichico.
Non è infrequente riscontrare nella cartella clinica di pazienti psichiatrici il dato di fatto che da piccoli erano molto docili e che la “malattia psichiatrica” è insorta in seguito a un abbandono o la morte di chi prestava funzioni complementari all’Io.
Se i comportamenti di opposizione propri di questa fase vengono ostacolati, repressi mediante interventi intimidatori, ricattatori, con eccessiva severità, il piccolo, oltre all’evenienza della resa, della rinuncia a un’armonica evoluzione della personalità potrà contrapporre in vari modi una propria strategia di contropotere, divenendo un Bastian contrario per partito preso, adottando forme varie di negativismo o potrà accentuare il gusto per ogni genere di trasgressione e, se gli educatori gli affibbiano epiteti negativi, tipo: sei una peste, un piccolo delinquente, cattivo ecc., egli potrà cogliere la palla al balzo per assumere identità negative, sino a quella del terrorista.
Per quanto quest’ultima evenienza possa sembrare esagerata, occorre tenere presente che per il bambino costituisce una rivalsa gratificante la posizione di far paura prendendo gusto a dare fastidio a chi gli ha fatto pesare un potere prevaricatorio E’ il bambino che, nei casi più lievi, si diverte un mondo quando un adulto finge di spaventarsi facendosi picchiare da lui magari per gioco oppure a Carnevale sceglie le maschere più terrificanti. Il risultato ottenuto da attentati terroristici, generalmente, non consiste nel provocare soltanto paura?
E’ appena il caso di rilevare che la sintomatologia di questa fase viene spesso complicata da altri problemi che facilmente insorgono nell’ambito familiare, specialmente quelli da rivalità fraterna. La varietà secondo cui essi si manifestano è molto ampia: oltre a quelli già accennati, si pensi a quelli che nei rapporti di lavoro e che vanno oggi sotto la denominazione di mobbing
La coincidenza della comparsa clinica della psicosi dissociativa con la perdita di una persona alla quale si era particolarmente affezionati sta a indicare che il funzionamento dell’Io dipendeva, appunto, da un altro Io fungente da complemento alle sue competenze. Questa perdita può essere sperimentata in occasione della nascita di un fratellino.
E’ esperienza comune che questo evento non di rado dà luogo a reazioni meno gravi della disintegrazione dell’Io, a reazioni che vanno dal ritorno della enuresi sino a difficoltà scolastiche, quali fobia della scuola, ma anche a regressioni alimentari, al cosiddetto parlare baby, succhiamento del dito, malumori, piagnucolii, comportamenti stereotipati (dondolii, masturbazione anche in tenerissima età) e via di questo passo.
Da quanto finora esposto, sia pure per sommi capi, dovrebbero risultare chiare le connessioni fra le carenze e i traumi subiti sin dai primi tempi di vita e i problemi che si presenteranno sulla persona, intesa come unità psicosomatica e nei suoi rapporti privati e sociali.
Una volta che l’economia delle risorse bio-psico-energetiche dei singoli individui di una collettività è andata in tensione, le conseguenti cariche aggressive hanno poche alternative: essere riversate contro se stessi, in senso autolesionistico o sotto forma di sintomi di apparente competenza medico-chirurgica oppure contro bersagli esterni rappresentati da oggetti, animali, persone.
Siccome da piccoli, di solito, non si ha la possibilità di smaltire tali tensioni contro chi è o viene vissuto come responsabile delle carenze e dei traumi subiti e la nostra psiche fa di tutto per salvaguardare i rapporti con le persone dalle quali si dipende, essa, mediante determinati processi (“meccanismi di difesa”) e in particolare tramite il processo della simbolizzazione, tende a scaricare le stesse tensioni aggressive contro bersagli sostitutivi, “transferali” che, per qualche elemento, sia pure inconsciamente, “ricordano i responsabile dei propri guai”, una specie di esigenza coatta di “regolare vecchi conti” , in termini tecnici conosciuta come transfert.
Per esempio, molte delle attuali sconvolgenti violenze in famiglia riconoscono dinamiche di questo genere. Un partner coniugale, perfino un figlio può rappresentare simbolicamente un componente della famiglia di origine vissuto come “responsabile” delle carenze e dei traumi inferti alle proprie potenzialità evolutive. Non è raro riscontrare il fenomeno apparentemente paradossale che i figli desiderati coattivamente ad ogni costo vengano poi maltrattati
Siccome nei più profondi meandri della nostra psiche vige la cosiddetta legge del taglione e il meccanismo della compulsione a ripetere, se la nascita di un fratellino è stata vissuta come sottrazione delle cure parentali delle quali si aveva ancora bisogno, le conseguenti reazioni aggressive represse tendono a ricercare, appunto, bersagli sostitutivi.
Analoga origine può essere attribuita al maltrattamento degli animali.
I rapporti con i “minus habentes” possono indurci alla tenerezza o ad infliggere loro sofferenze a seconda del significato inconscio che essi suscitano in noi.
La componente filogeneticamente più antica del nostro cervello è dotata di ambedue i modelli.
Per quanto riguarda la dimensione storico-planetaria, basti pensare che dalla psicoanalisi alla guerra viene attribuito il significato di “delitto edipico differito”: la generazione dei padri (ufficiali) porta a morire la generazione dei figli (soldati).

Un volta che l’economia bio-energetica sia andata in tensione

Sia che si miri ai buoni rapporti privati sia alla pace tra i popoli, non sarebbe sufficiente la buona volontà per raggiungere tali obiettkvi, altrettanto aleatorie sarebbero le speranze fondate sugli appelli alla ragione, sugli anatemi e sulle manifestazioni di condanna: qualora si ottenesse il risultato desiderato, le stesse tensioni individuali contenute all’interno darebbero comunque luogo ad altre forme di sofferenza, dalle violenze in privato alle forme psicosomatiche di apparente competenza medico-chirurgica.
Ci dovremmo accontentare del “meno male”?
Ovviamente, non si tratta di scegliere tra l’alternativa dell’obbiettivo della pace o quello della salute, agendo l’aggressività violenta, ma, di tenere presente l’incitamento del Poeta che, parafrasandolo leggermente, suona: fatti non fummo a vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.
E’ appunto con gli strumenti conoscitivi propri dell’Homo sapiens che possiamo raggiungere l’obiettivo di essere e divenire all’optimum delle nostre potenzialità evolutive e che le altre specie hanno per istinto.
Insomma, quei risultati che le altre creature ottengono, al loro livello, grazie alle informazioni eredogenetiche, alla “sapienza di Madre Natura”, noi, appartenenti alla specie Homo sapiens, li dovremmo ricercare utilizzando la straordinaria capacità di apprendimento offertaci dallo sviluppo degli altri livelli di organizzazione cerebrale.


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Che fare?
Ancora dal Libro di Madre Natura qualche indicazione per una pacifica coesistenza

Se si conviene sul principio che per fronteggiare adeguatamente ogni fenomeno problematico occorra anzitutto conoscere la sua natura, allora sapere come stiano le cose anzitutto sul piano biologico si dimostrerà di fondamentale importanza.
Siccome la questione di un’armonica relazionalità tra gli esseri umani presuppone l’applicazione di conoscenze su come si generano ed evolvono i rapporti inter-individuali e inter-gruppali, allora lo studio su come essi vengano gestiti nelle altre specie potrà risultare illuminante.
Intanto si deve constatare che la lotta costituisce un appannaggio costante di ogni forma di vita.
Un altro stimolante spunto di riflessione può essere l'assunto che Madre Natura, già nota perché "non facit saltus", contrariamente a noi acculturati secondo una logica razionalista, non ama le distinzioni categoriali, né di ordine estetico né di quello etico, quindi tra azioni buone e cattive, giuste e ingiuste, morali e immorali, né sembra privilegiare il bello rispetto al mostruoso, mentre mostra un'indomabile tendenza a esprimersi in tutta una gamma di manifestazioni a ogni livello.
Particolarmente inquietante appare quel che avviene a livello cellulare. Infatti, ciascuna cellula risulta programmata in modo da difendere la propria individualità al punto da essere in grado di attaccare, rigettando oppure fagocitando o distruggendo qualsiasi altra diversa. Una specie di razzismo a livello cellulare?
Ancora più stupefacente, una volta tanto in senso positivo, si dimostra quel che avviene a livello di insieme organismico: cellule molto diverse, che costituiscono organi altrettanto diversi fra di loro, finiscono per collaborare a vantaggio dell'economia vitale dell'individuo e della specie.
Non solo, ma sul baobab, cioè in luogo e condizioni che potrebbero risultare di elevato rischio per la sopravvivenza di tanti altri animali, non solo si osserva un rapporto di pacifica coesistenza tra animali appartenenti perfino a specie rivali e in rapporto da predatore a preda, ma nella foresta avviene che creature con analoghi rapporti si giovino di segnali d'allarme, lanciati da "sentinelle" che ora sarà una scimmia e in un altro momento sarà un uccello, perché tanti altri animali di diverse specie si mettano al riparo da un comune nemico. Questo fintanto che qualche fattore perturbante non intralci il funzionamento e lo sviluppo dell'essere sin dai suoi primi momenti di vita.
Sarà possibile estrapolare quel che avviene in natura al piano storico? Sussiste, per es., anche nella nostra specie una predisposizione eredo-genetica per ruoli di lotta come in altre filogeneticamente molto lontane dalla nostra, quali le api e le formiche?
Particolarmente interessante è il concetto di antagonismo armonico di Konrad Lorenz esemplificato nel parallelismo tra anziani conservatori e giovani tendenti al cambiamento nei confronti della società, da una parte e, dall' altra, l'azione plastica degli osteoblasti e quella demolitiva degli osteoclasti nei riguardi dello scheletro in fase evolutiva.
Fuori metafora, così come l'accrescimento dello scheletro diviene possibile grazie all'antagonismo armonico tra l'azione degli osteoblasti e degli osteoclasti, senza venir meno alla sua funzione di sostegno delle parti molli, in modo analogo dovrebbe procedere il cambiamento sociale in senso evolutivo grazie alla cooperazione dialettica della categoria conservatrice con quella progressista , "rivoluzionaria".
In Natura", individui, gruppi, branchi provenienti da un diverso patrimonio eredo-genetico; ma anche soggetti dotati di estrema aggressività, mediante ben precisi rituali e apposite istanze istintuali, riescono a convivere e cooperare in funzione dell' economia dell'insieme. Creature di altre specie danno spesso l’impressione che abbiano un radicato senso di giustizia e relativo codice

Un altro spunto di riflessione, che potrà chiarire l'intricata questione del ricorso alla forza per fronteggiare i conflitti tra due o più comunità umane, può essere quello dei modi e della finalità per cui si lotta.
Ancora, "in Natura" sembra prevalere lo scopo della difesa della prole, dei componenti di rango inferiore del branco, la difesa di un territorio di vitale importanza per gli appartenenti allo stesso ceppo eredo-genetico, la lotta per la conquista di una partner essenziale anche questa per la sopravvivenza della specie. Nella nostra specie, invece, sembrano prevalere motivazioni di potere prevaricante che spesso si manifestano come atti di violenza fine a se stessa.
A questo punto occorre tenere presente che se in origine saranno prevalse le pulsioni biologiche, in seguito i risentimenti e i desideri di vendetta hanno complicato il decorso storico delle stesse lotte (faide ecc.), chiudendo un ennesimo circolo vizioso.
Anche nella nostra specie il ricorso alla forza riconosce la finalità della difesa e da questo punto di vista si può ritenere che la donna sia la più adatta al servizio militare: si tenga presente che "in Natura" è spesso la femmina che è deputata a difendere la prole persino nei confronti del partner e dello stesso padre dei propri cuccioli.


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In definitiva,
con questa rapida carrellata su un tema molto complesso, si è voluto sottolineare ancora una volta come e quanto “il mestiere” di educatore sia di fondamentale importanza anche sociale e che la relativa consapevolezza dovrebbe indurre a un’adeguata preparazione - non solo sul piano cognitivo razionale, ma anche di revisione della propria personalità - chi si accinge a mettere su famiglia o a esercitare una professione che ha a che fare con soggetti in tenera età.
Se noi continuiamo a preoccuparci prevalentemente del calo numerico delle nascite e a ridurre la questione a un problema economico-finanziario, ignorando il progetto persona (inteso come potenzialità evolutive) e i connessi fattori e condizioni che favoriscono la sua piena realizzazione, finiremo per lasciare che milioni di bambini (futuri cittadini di domani) vengano allevati in condizioni psico-socio-patogene, aspettandoli poi al varco per punirli con le nostre sanzioni.

Se si conviene che:
- è sempre meglio prevenire;
- la prevenzione primaria coincide con l’obiettivo dello sviluppo armonico della persona e questo, a sua volta, con l’evoluzione armonica dei suoi rapporti interpersonali, quindi con la possibilità di usufruire di condizioni e fattori bio-psico.sociali congeniali alle potenzialità evolutive (“progetto personale”);
- i conseguenti problemi di rapporto si presentano principalmente in famiglie nucleari isolate da un contesto comunitario, giacché mancano figure genitoriali secondarie in grado di compensare le carenze familiari;
- laddove lo sviluppo della relazionalità si sia reso difficoltoso perché il rapporto simbiotico instauratosi con un’unica figura non ha avuto la possibilità di un graduale passaggio ad altre persone di fiducia;
- oppure vi sia stata una specie di scempio della relazionalità sin dall’inizio perché il piccolo non ha avuto la possibilità di instaurare un rapporto privilegiato con una valida figura parentale, sballottato da una persona ad un’altra senza che gli sia stata data la possibilità di stabilire un minimo di rapporto di fiducia prima di venire affidato a un’altra persona;
- vi sarà stata una specie di inversione dei ruoli, per cui chi avrebbe dovuto svolgere funzioni parentali, si è trovato a dipendere dal figlio,

allora,
occorrerebbe, anzitutto, che chi si accinge a mettere su famiglia si renda conto che trasmette alla prole tutto di sé: dal patrimonio eredo-genetico sino ai quasi sempre presenti problemi psicoemotivi risalenti alla propria infanzia. Da qui l’indicazione a prepararsi a tempo come genitori sotto tutti gli aspetti della propria persona.
Il counseling dovrebbe essere disponibile come servizio territoriale per tutte le coppie d nubendi come pure per le famiglie già costituite.
Tra i fattori di crescita bio-psico-sociale particolarmente prezioso, sia come veicolo diagnostico sia come rimedio, è il gioco: attività di gioco autogestite da diverse famiglie possono offrire ai soggetti in età evolutiva quelle condizioni accretive che di solito mancano in seno a una famiglia nucleare e, nello stesso tempo, il contesto di rapporti più vari e disponibili può giovare a ovviare alla competitività del gruppo familiare ristretto spesso a tre persone, cioè a quelli che in psicoanalisi sono noti come triangoli perversi.
Sarebbe pure auspicabile che ogni abitazione condominiale fosse dotata di spazi dove i bambini possano giocare insieme ai familiari, meglio ancora che vi fosse una ludoteca con personale preparato a individuare tempestivamente, mediante apposite attività di gioco, eventuali problemi e avviarli a soluzione-
A volte, sarà necessario ricorrere alla psicoterapia di gioco o/e a sedute di psicoterapia con l’intero gruppo familiare.
In ogni caso, sia per quanto riguarda il versante umano privato sia per quel che concerne la dimensione pubblica sociale, essere consapevoli della natura di ciò su ci si intende intervenire, delle tappe e delle relative strategie da seguire servirebbe intanto a non continuare a sprecare risorse umane e di ogni altro genere, convogliandole, invece e più avvedutamente, verso obiettivi meno chimerici e più realistici.

Roma, 29 giugno 2002 _________________________________Pier Luigi Lando