ANCHE
GLI UMANI POSSONO DIVENTARE DEI PITBULL
DAGLI
ANIMALI LEZIONI E DALLE ATTUALI CONOSCENZE INDICAZIONI CONCRETE PER
UNA PACIFICA COESISTENZA
Non
occorrerà alcuna argomentazione per dimostrare che i pitbull
non nascono feroci e che divengono tali in seguito a spaventose manipolazioni
da parte dell’uomo,
Per rendersi conto di come anche gli esseri umani possano diventare
violenti, in tutta una gamma che va da una tollerabile aggressività
sino ad un’estrema ostilità, basterà spiegare
quanto è esposto nella seguente tavola.
(
V.GRAFICO).
Quella centrale operativa che chiamiamo Io è posta in una specie
di lente-filtro che si colora verso tonalità di rosa o di grigio
nero a seconda se riceve informazioni , rispettivamente, positive
o negative. In altre parole, se sin dai primi tempi di vita l’individuo
ha l’opportunità di avere esperienze gradevoli, congeniali
al proprio progetto, egli sarà recettivo verso ulteriori esperienze,
avrà un atteggiamento ragionevolmente ottimistico e disponibile
verso i propri simili e gli eventi della vita. Avviene il contrario
se le esperienze subite non sono in sintonia con il proprio progetto,
se sono state traumatizzanti. In quest’ultimo caso, si ha tutta
una serie di tendenze reattive negative a seconda della durata, dell’intensità
e di altre variabili soggettive e ambientali, sino al rischio di permanenza
in uno stato di allarme, di diffidenza, ostilità e aggressività
violenta nei confronti di tutto ciò che la persona vivrà
come minacciante la propria integrità. La lente posta sul “substrato
neuropsichico” sta a rilevare l’influenza di base provenienti
dalle informazioni eredo-genetiche.
*
* *
E’ noto come Joel Schumacher, nel suo film Tigerland, definisce
“Un assaggio d’inferno, prima di andare nell’inferno
vero, quello del Vietnam”, il campo per l‘addestramento
militare in cui dei cittadini “normali”, bravi ragazzi,
magari educati anche religiosamente, vengono trasformati in una specie
di pitbull, in grado non solo di uccidere, ma perfino di perpetrare
ogni genere di violenza contro altri esseri umani che vengono loro
presentati come nemici.
Altrettanto noto dovrebbe essere quanto accadde diversi anni fa negli
Stati Uniti e, poi, in Italia presso l’Università del
Sacro Cuore : a degli studenti venne proposto un esperimento consistente
nel seguire le istruzioni impartite da un uomo di scienza per il quale
provavano stima e fiducia : per il progresso, essi dovevano somministrare
crescenti potenzialità di voltaggio (comportanti terribili
sofferenze con il rischio di morte) a un uomo steso su un lettino
apparentemente connesso a cavi elettrici; naturalmente, sul lettino,
a insaputa degli allievi, era steso un bravo attore che simulava perfettamente
le intollerabili sofferenze a ogni successiva e più elevata
somministrazione di corrente. La stragrande maggioranza di quei, peraltro,
bravi ragazzi non desistette, non ebbe cioè l’ardire
di opporsi alle sollecitazioni del capo.
Quali,
dunque, possono essere le situazioni psicodinamiche di fondo che spieghino
come una persona, peraltro perbene, possa giungere a commettere crimini
efferati?
Pur
conservando un sano scetticismo sugl’influssi di pianeti e costellazioni,
sembra invece che sussista una certa corrispondenza tra il periodo
dell’anno in cui uno nasce e alcune connotazioni caratteriali.
Meno contestabile appare la correlazione tra il patrimonio eredo-genetico
e alcune propensioni caratteriali. In effetti, nel livello di organizzazione
cerebrale, che nella scala filogenetica, abbiamo in comune con altre
specie, dai grandi rettili in su, si tramandano alcune predisposizioni
comportamentali soprattutto come modelli di comportamento di lotta
anche cruenta. Negli umani tali modelli possono essere esacerbati
e resi estremamente violenti da vari fattori:
- “inquinamenti diatesici”
- inquinamenti psicoemotivi” (rivalità con altri componenti
familiari)
- interventi “educativi” (intimidatori, ricattatori)
Per inciso, prima di procedere a un’analisi puntuale di tali
fattori, si deve almeno un cenno a una condizione cerebropatica –
fortunatamente appartenente alla storia della medicina - indicativa
della capacità dell’uomo di perpetrare il male per il
male, cioè di infliggere sofferenze gratuite ai propri simili:
si tratta dei postumi dell’encefalite letargica di Von Economo.
Fattori
congeniti o “inquinamenti diatesici”
Con questa espressione si indica una condizione congenita che predispone
ad alterazioni della reattività dell’insieme somato-psichico
della persona. La medicina omeopatica, con terminologia settecentesca,
ha individuato tre tipi di ”miasmi” responsabili di reazioni
dell’organismo in senso ipo, iper e dis.
Quest’ultimo tipo di reazione, auto ed etero-distruttiva, violenta
anche sul piano comportamentale, è quella che riguarda più
direttamente l’argomento in trattazione.
Ai fini della comprensione di alcune tendenze comportamentali, appare
comunque di qualche utilità la tesi della tendenza innata a
reagire in un certo modo.
Fattori
acquisiti - inquinamenti psicoemotivi per interventi “educativi”
La
suddetta espressione si riferisce alle esperienze negative di cui
si è detto a proposito della illustrazione grafica. A parte
eventuali esperienze traumatiche pre, peri e post-natali, quelle cosiddette
educative richiedono ulteriori chiarimenti; sarà anche utile
qualche puntuale e propedeutica considerazione sul ruolo della famiglia
e delle cosiddette figure genitoriali secondarie
.In effetti, con le migliori intenzioni di questo mondo, i familiari
e gli educatori in genere possono disturbare anche gravemente un’armonica
evoluzione della persona.
La soddisfazione dei propri bisogni vitali è un’esigenza
fondamentale di ogni essere vivente. La persona umana ne ha di gran
lunga di più e le richiede per più lungo tempo con prestazioni
parentali.
L’istituzione familiare dovrebbe essere in grado di soddisfare
tali esigenze che, secondo la scuola di Maslow, sono strutturate nella
nostra psiche per ordini gerarchici, nel senso che i bisogni per la
sopravvivenza hanno la precedenza sulle altre esigenze più
propriamente connesse con la piena e soddisfacente realizzazione della
persona nelle sue potenzialità più elevate.
Almeno un cenno merita la tesi della correlazione tra carattere e
condizioni dell’ecosistema fisico-naturale sostenuta da Erich
Fromm (Anatomia della distruttività umana, ed. A. Mondatori)
Per comprendere meglio come la componente acquisita ( proveniente
soprattutto dagli interventi “educativi”) possa interferire
con le informazioni eredogenetiche sino a prevaricarle conflittualmente,
occorre rilevare quanto è avvenuto con l’evoluzione filogenetica.
Croci
e delizie dell’evoluzione filogenetica
Quanto
più semplice è la struttura di un essere vivente tanto
più facile è per le istanze congenite (istintuali) la
traduzione in comportamenti. In altre parole, nei viventi che si collocano
nei primi gradini della scala filogenetica istinti e comportanti sono
tutt’uno.
Il meraviglioso sviluppo del nostro cervello ha comportato non solo
l’allontanamento del livello di organizzazione cerebrale che
ci dà la consapevolezza e la decisionalità comportamentale,
vale a dire la corteccia cerebrale, da quello istintuale, filogeneticamente
più antico (cervello rettiliano), ma anche lo sviluppo della
parte intermedia deputata per la funzione memorizzante e per la reattività
emotiva.
L’enorme possibilità di accumulare in questa parte la
stragrande maggioranza delle informazioni provenienti dall’educazione
ha pure comportato il rischio di interferenze tra “la voce della
natura”, cioè le informazioni eredogenetiche iscritte
nel primo livello di organizzazione cerebrale, le informazioni memorizzate
nel secondo livello e l’esecutività corticale. Quest’ultima,
che esprime le manifestazioni comportamentali, è la risultante
dell’interazione tra le istanze innate e quelle acquisite.
Per inciso, è opportuno precisare che il libero arbitrio è
tanto più libero quanto più la persona è consapevole
del contenuto e della forza delle istanze “occulte” :
la condizione di “clandestinità” costituisce, di
solito, un enorme vantaggio.
Ora, mentre le altre specie “sanno” per istinto cosa fare
per allevare la prole all’optimum consentito dal proprio genoma
e “sanno” come gestire le tensioni intraspecifiche, l’Homo
sapiens, invece, non avendo “le istruzioni per l’uso”
del proprio cervello, s’è trovato in un certo senso spiazzato,
cioè nella condizione di dover procedere per tentativi ed errori
al fine di stabilire, a spese proprie e dell’esistente nell’ecosistema,
il protocollo da seguire. Per esempio, tra due esseri viventi, specialmente
quando si incontrano per la prima volta, si genera quasi sempre un
certo grado di tensione.
Ebbene, gli animali in genere nei loro approcci si giovano di una
specie di laboratorio incorporato, olfatto, lingua (si pensi a quella
dei serpenti) o altri organi, per cui sono in grado di valutare immediatamente
la situazione e il rischio, regolandosi di conseguenza : attaccare
da soli o in collaborazione, adottare strategie diversive, scappare.
L’istanza del predominio è in grado di scatenare furibonde
lotte. Nelle altre specie, essa viene gestita in modo quasi sempre
incruento e ritualizzato per stabilire una scala gerarchica che risulterà
funzionale all’economia vitale del branco.
A un osservatore attento, ma che non sappia come gli animali comunichino,
risulterebbe stupefacente constatare che essi si “mettono d’accordo”
sul tipo di interazione. Per esempio, i cuccioli apparentemente stanno
lottando, ma è chiaro che stanno giocando dopo essersi, in
qualche modo, “messi d’accordo” in tal senso. Due
adulti “sanno” se stanno lottando per una partner o per
il predominio e adottano i relativi rituali
Tra le istanze più in grado di scatenare furibonde lotte vi
è quella di predominio che, nelle altre specie, viene gestita
in modo quasi sempre incruento e ritualizzato, riuscendo a stabilire
una scala gerarchica che risulterà funzionale all’economia
vitale del branco.
Nella
nostra specie
Negli
umani l’istinto di predominio, sia pur mascherato perfino sotto
forma di affetto genitoriale, filiale, fraterno, di amore coniugale
e via di seguito, finisce per manifestarsi come potere nella sua accezione
più negativa. La ricerca di “minus habentes”, quando
presenta connotazioni coatte, spesso ha motivazioni di potere nell’accezione
più negativa.
Purtroppo, si giunge a diventare genitori senza tenere sufficientemente
conto che si trasmette alla prole tutto di sé, dal patrimonio
eredo-genetico sino ai propri eventuali – in effetti quasi sempre
presenti - problemi caratteriali in grado di pregiudicare l’armonica
evoluzione di cui si diceva sopra.
Ancora, purtroppo, la preparazione al matrimonio in genere si centra
prevalentemente su quel che suggeriscono le esigenze di mercato e
di dimostrazione di status sociale.
Rimangono tutt’ora pressoché ignorati i cosiddetti fattori
di crescita bio-psico-sociali che dovrebbero essere in sintonia con
le potenzialità progettuali della persona.
Particolare scempio viene ancora perpetrato nei confronti di una fondamentale
condizione di sviluppo della relazionalità: poiché rimane
ignorata l’importanza della continuità e della costanza
delle prestazioni parentali, mentre il cucciolo d’uomo richiede
una fase di rapporto simbiotico con una figura privilegiata, di solito
la madre, egli viene spesso sballottato da una all’altra persona
senza tenere conto che il bambino memorizza la madre prevalentemente
con il senso dell’odorato, con il sapore del latte, si sente
più al sicuro se intorno a lui vi è una costanza di
suoni, ovviamente gradevoli, l’udire la stessa voce, giacché
egli nei primi tempi di vita, quando non può ancora compensare
con l’esperienza, non può neanche capire che i cambiamenti
momentanei non equivalgono a perdita definitiva.
La
cosiddetta fase dell’opposizione e dei dispetti
Questa
fase merita una trattazione più puntuale perché rimane
ancora ignorata dalla maggior parte dei familiari, specialmente per
quanto,riguarda il suo significato e la sua importanza, per cui si
rischia di dar luogo a problemi che possono disturbare la persona
per tutto il resto della sua vita e, quindi anche la società.
Essa inizia con il NO nel secondo anno di vita. L’opposizione
al volere degli adulti è indice della nascita e dell’irrobustimento
dell’Io e, nello stesso tempo, è il modo mediante il
quale il cucciolo d’uomo collauda la propria individualità.
Nei limiti della norma, è una salutare lotta per l’identità.
Non v’è dubbio che essa rappresenta un momento difficile
per i familiari. Essi si sentono disorientati, perfino frustrati ed
è facile che ricorrano a quegli espedienti autoritari, intimidatori,
perfino di ricatto o di corruzione rabbonente. E’ il momento
in cui si rischia di instaurare un rapporto di potere con il figlio
al quale egli reagisce con manovre di contro-potere.
A tal fine, il bambino ha naturalmente una specie di radar grazie
al quale coglie ogni punto debole degli adulti: per esempio, quando
scopre che essi ci tengono che mangi imponendo determinati cibi, che
vada a letto a una determinata ora, che studi, egli approfitta di
ogni elemento che possa costituire uno spunto per contrapporre la
propria volontà a quella degli adulti.
Uno dei rischi più pregiudizievoli per un armonico sviluppo
della personalità dei bambini è la reazione da parte
degli adulti di affibbiare epiteti negativi: piccolo delinquente,
piccola peste, cattivo e via di seguito.
D’altro canto, un’educazione molto rabbonente, “castrante”
può dar luogo a un Io debole che rischierà di disintegrarsi
a livelli psicotici. In effetti, un Io “ipotrofico” o
“distrofico” tende ad accettare, comunque a stabilire
un rapporto di dipendenza tanto più stretto, esclusivo, possessivo
e non tendente ad alcuna evoluzione quanto più si sente inadeguato,
ragion per cui, allorché si verifica la perdita della persona
(“cara”) con la quale aveva instaurato un rapporto di
dipendenza, si ha un crollo psichico.
Non è infrequente riscontrare nella cartella clinica di pazienti
psichiatrici il dato di fatto che da piccoli erano molto docili e
che la “malattia psichiatrica” è insorta in seguito
a un abbandono o la morte di chi prestava funzioni complementari all’Io.
Se i comportamenti di opposizione propri di questa fase vengono ostacolati,
repressi mediante interventi intimidatori, ricattatori, con eccessiva
severità, il piccolo, oltre all’evenienza della resa,
della rinuncia a un’armonica evoluzione della personalità
potrà contrapporre in vari modi una propria strategia di contropotere,
divenendo un Bastian contrario per partito preso, adottando forme
varie di negativismo o potrà accentuare il gusto per ogni genere
di trasgressione e, se gli educatori gli affibbiano epiteti negativi,
tipo: sei una peste, un piccolo delinquente, cattivo ecc., egli potrà
cogliere la palla al balzo per assumere identità negative,
sino a quella del terrorista.
Per quanto quest’ultima evenienza possa sembrare esagerata,
occorre tenere presente che per il bambino costituisce una rivalsa
gratificante la posizione di far paura prendendo gusto a dare fastidio
a chi gli ha fatto pesare un potere prevaricatorio E’ il bambino
che, nei casi più lievi, si diverte un mondo quando un adulto
finge di spaventarsi facendosi picchiare da lui magari per gioco oppure
a Carnevale sceglie le maschere più terrificanti. Il risultato
ottenuto da attentati terroristici, generalmente, non consiste nel
provocare soltanto paura?
E’ appena il caso di rilevare che la sintomatologia di questa
fase viene spesso complicata da altri problemi che facilmente insorgono
nell’ambito familiare, specialmente quelli da rivalità
fraterna. La varietà secondo cui essi si manifestano è
molto ampia: oltre a quelli già accennati, si pensi a quelli
che nei rapporti di lavoro e che vanno oggi sotto la denominazione
di mobbing
La coincidenza della comparsa clinica della psicosi dissociativa con
la perdita di una persona alla quale si era particolarmente affezionati
sta a indicare che il funzionamento dell’Io dipendeva, appunto,
da un altro Io fungente da complemento alle sue competenze. Questa
perdita può essere sperimentata in occasione della nascita
di un fratellino.
E’ esperienza comune che questo evento non di rado dà
luogo a reazioni meno gravi della disintegrazione dell’Io, a
reazioni che vanno dal ritorno della enuresi sino a difficoltà
scolastiche, quali fobia della scuola, ma anche a regressioni alimentari,
al cosiddetto parlare baby, succhiamento del dito, malumori, piagnucolii,
comportamenti stereotipati (dondolii, masturbazione anche in tenerissima
età) e via di questo passo.
Da quanto finora esposto, sia pure per sommi capi, dovrebbero risultare
chiare le connessioni fra le carenze e i traumi subiti sin dai primi
tempi di vita e i problemi che si presenteranno sulla persona, intesa
come unità psicosomatica e nei suoi rapporti privati e sociali.
Una volta che l’economia delle risorse bio-psico-energetiche
dei singoli individui di una collettività è andata in
tensione, le conseguenti cariche aggressive hanno poche alternative:
essere riversate contro se stessi, in senso autolesionistico o sotto
forma di sintomi di apparente competenza medico-chirurgica oppure
contro bersagli esterni rappresentati da oggetti, animali, persone.
Siccome da piccoli, di solito, non si ha la possibilità di
smaltire tali tensioni contro chi è o viene vissuto come responsabile
delle carenze e dei traumi subiti e la nostra psiche fa di tutto per
salvaguardare i rapporti con le persone dalle quali si dipende, essa,
mediante determinati processi (“meccanismi di difesa”)
e in particolare tramite il processo della simbolizzazione, tende
a scaricare le stesse tensioni aggressive contro bersagli sostitutivi,
“transferali” che, per qualche elemento, sia pure inconsciamente,
“ricordano i responsabile dei propri guai”, una specie
di esigenza coatta di “regolare vecchi conti” , in termini
tecnici conosciuta come transfert.
Per esempio, molte delle attuali sconvolgenti violenze in famiglia
riconoscono dinamiche di questo genere. Un partner coniugale, perfino
un figlio può rappresentare simbolicamente un componente della
famiglia di origine vissuto come “responsabile” delle
carenze e dei traumi inferti alle proprie potenzialità evolutive.
Non è raro riscontrare il fenomeno apparentemente paradossale
che i figli desiderati coattivamente ad ogni costo vengano poi maltrattati
Siccome nei più profondi meandri della nostra psiche vige la
cosiddetta legge del taglione e il meccanismo della compulsione a
ripetere, se la nascita di un fratellino è stata vissuta come
sottrazione delle cure parentali delle quali si aveva ancora bisogno,
le conseguenti reazioni aggressive represse tendono a ricercare, appunto,
bersagli sostitutivi.
Analoga origine può essere attribuita al maltrattamento degli
animali.
I rapporti con i “minus habentes” possono indurci alla
tenerezza o ad infliggere loro sofferenze a seconda del significato
inconscio che essi suscitano in noi.
La componente filogeneticamente più antica del nostro cervello
è dotata di ambedue i modelli.
Per quanto riguarda la dimensione storico-planetaria, basti pensare
che dalla psicoanalisi alla guerra viene attribuito il significato
di “delitto edipico differito”: la generazione dei padri
(ufficiali) porta a morire la generazione dei figli (soldati).
Un
volta che l’economia bio-energetica sia andata in tensione
Sia
che si miri ai buoni rapporti privati sia alla pace tra i popoli,
non sarebbe sufficiente la buona volontà per raggiungere tali
obiettkvi, altrettanto aleatorie sarebbero le speranze fondate sugli
appelli alla ragione, sugli anatemi e sulle manifestazioni di condanna:
qualora si ottenesse il risultato desiderato, le stesse tensioni individuali
contenute all’interno darebbero comunque luogo ad altre forme
di sofferenza, dalle violenze in privato alle forme psicosomatiche
di apparente competenza medico-chirurgica.
Ci dovremmo accontentare del “meno male”?
Ovviamente, non si tratta di scegliere tra l’alternativa dell’obbiettivo
della pace o quello della salute, agendo l’aggressività
violenta, ma, di tenere presente l’incitamento del Poeta che,
parafrasandolo leggermente, suona: fatti non fummo a vivere come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
E’ appunto con gli strumenti conoscitivi propri dell’Homo
sapiens che possiamo raggiungere l’obiettivo di essere e divenire
all’optimum delle nostre potenzialità evolutive e che
le altre specie hanno per istinto.
Insomma, quei risultati che le altre creature ottengono, al loro livello,
grazie alle informazioni eredogenetiche, alla “sapienza di Madre
Natura”, noi, appartenenti alla specie Homo sapiens, li dovremmo
ricercare utilizzando la straordinaria capacità di apprendimento
offertaci dallo sviluppo degli altri livelli di organizzazione cerebrale.
* * *
Che
fare?
Ancora dal Libro di Madre Natura qualche indicazione per una pacifica
coesistenza
Se
si conviene sul principio che per fronteggiare adeguatamente ogni
fenomeno problematico occorra anzitutto conoscere la sua natura, allora
sapere come stiano le cose anzitutto sul piano biologico si dimostrerà
di fondamentale importanza.
Siccome la questione di un’armonica relazionalità tra
gli esseri umani presuppone l’applicazione di conoscenze su
come si generano ed evolvono i rapporti inter-individuali e inter-gruppali,
allora lo studio su come essi vengano gestiti nelle altre specie potrà
risultare illuminante.
Intanto si deve constatare che la lotta costituisce un appannaggio
costante di ogni forma di vita.
Un altro stimolante spunto di riflessione può essere l'assunto
che Madre Natura, già nota perché "non facit saltus",
contrariamente a noi acculturati secondo una logica razionalista,
non ama le distinzioni categoriali, né di ordine estetico né
di quello etico, quindi tra azioni buone e cattive, giuste e ingiuste,
morali e immorali, né sembra privilegiare il bello rispetto
al mostruoso, mentre mostra un'indomabile tendenza a esprimersi in
tutta una gamma di manifestazioni a ogni livello.
Particolarmente inquietante appare quel che avviene a livello cellulare.
Infatti, ciascuna cellula risulta programmata in modo da difendere
la propria individualità al punto da essere in grado di attaccare,
rigettando oppure fagocitando o distruggendo qualsiasi altra diversa.
Una specie di razzismo a livello cellulare?
Ancora più stupefacente, una volta tanto in senso positivo,
si dimostra quel che avviene a livello di insieme organismico: cellule
molto diverse, che costituiscono organi altrettanto diversi fra di
loro, finiscono per collaborare a vantaggio dell'economia vitale dell'individuo
e della specie.
Non solo, ma sul baobab, cioè in luogo e condizioni che potrebbero
risultare di elevato rischio per la sopravvivenza di tanti altri animali,
non solo si osserva un rapporto di pacifica coesistenza tra animali
appartenenti perfino a specie rivali e in rapporto da predatore a
preda, ma nella foresta avviene che creature con analoghi rapporti
si giovino di segnali d'allarme, lanciati da "sentinelle"
che ora sarà una scimmia e in un altro momento sarà
un uccello, perché tanti altri animali di diverse specie si
mettano al riparo da un comune nemico. Questo fintanto che qualche
fattore perturbante non intralci il funzionamento e lo sviluppo dell'essere
sin dai suoi primi momenti di vita.
Sarà possibile estrapolare quel che avviene in natura al piano
storico? Sussiste, per es., anche nella nostra specie una predisposizione
eredo-genetica per ruoli di lotta come in altre filogeneticamente
molto lontane dalla nostra, quali le api e le formiche?
Particolarmente interessante è il concetto di antagonismo armonico
di Konrad Lorenz esemplificato nel parallelismo tra anziani conservatori
e giovani tendenti al cambiamento nei confronti della società,
da una parte e, dall' altra, l'azione plastica degli osteoblasti e
quella demolitiva degli osteoclasti nei riguardi dello scheletro in
fase evolutiva.
Fuori metafora, così come l'accrescimento dello scheletro diviene
possibile grazie all'antagonismo armonico tra l'azione degli osteoblasti
e degli osteoclasti, senza venir meno alla sua funzione di sostegno
delle parti molli, in modo analogo dovrebbe procedere il cambiamento
sociale in senso evolutivo grazie alla cooperazione dialettica della
categoria conservatrice con quella progressista , "rivoluzionaria".
In Natura", individui, gruppi, branchi provenienti da un diverso
patrimonio eredo-genetico; ma anche soggetti dotati di estrema aggressività,
mediante ben precisi rituali e apposite istanze istintuali, riescono
a convivere e cooperare in funzione dell' economia dell'insieme. Creature
di altre specie danno spesso l’impressione che abbiano un radicato
senso di giustizia e relativo codice
Un
altro spunto di riflessione, che potrà chiarire l'intricata
questione del ricorso alla forza per fronteggiare i conflitti tra
due o più comunità umane, può essere quello dei
modi e della finalità per cui si lotta.
Ancora, "in Natura" sembra prevalere lo scopo della difesa
della prole, dei componenti di rango inferiore del branco, la difesa
di un territorio di vitale importanza per gli appartenenti allo stesso
ceppo eredo-genetico, la lotta per la conquista di una partner essenziale
anche questa per la sopravvivenza della specie. Nella nostra specie,
invece, sembrano prevalere motivazioni di potere prevaricante che
spesso si manifestano come atti di violenza fine a se stessa.
A questo punto occorre tenere presente che se in origine saranno prevalse
le pulsioni biologiche, in seguito i risentimenti e i desideri di
vendetta hanno complicato il decorso storico delle stesse lotte (faide
ecc.), chiudendo un ennesimo circolo vizioso.
Anche nella nostra specie il ricorso alla forza riconosce la finalità
della difesa e da questo punto di vista si può ritenere che
la donna sia la più adatta al servizio militare: si tenga presente
che "in Natura" è spesso la femmina che è
deputata a difendere la prole persino nei confronti del partner e
dello stesso padre dei propri cuccioli.
* * *
In
definitiva,
con
questa rapida carrellata su un tema molto complesso, si è voluto
sottolineare ancora una volta come e quanto “il mestiere”
di educatore sia di fondamentale importanza anche sociale e che la
relativa consapevolezza dovrebbe indurre a un’adeguata preparazione
- non solo sul piano cognitivo razionale, ma anche di revisione della
propria personalità - chi si accinge a mettere su famiglia
o a esercitare una professione che ha a che fare con soggetti in tenera
età.
Se noi continuiamo a preoccuparci prevalentemente del calo numerico
delle nascite e a ridurre la questione a un problema economico-finanziario,
ignorando il progetto persona (inteso come potenzialità evolutive)
e i connessi fattori e condizioni che favoriscono la sua piena realizzazione,
finiremo per lasciare che milioni di bambini (futuri cittadini di
domani) vengano allevati in condizioni psico-socio-patogene, aspettandoli
poi al varco per punirli con le nostre sanzioni.
Se
si conviene che:
-
è sempre meglio prevenire;
- la prevenzione primaria coincide con l’obiettivo dello sviluppo
armonico della persona e questo, a sua volta, con l’evoluzione
armonica dei suoi rapporti interpersonali, quindi con la possibilità
di usufruire di condizioni e fattori bio-psico.sociali congeniali
alle potenzialità evolutive (“progetto personale”);
- i conseguenti problemi di rapporto si presentano principalmente
in famiglie nucleari isolate da un contesto comunitario, giacché
mancano figure genitoriali secondarie in grado di compensare le carenze
familiari;
- laddove lo sviluppo della relazionalità si sia reso difficoltoso
perché il rapporto simbiotico instauratosi con un’unica
figura non ha avuto la possibilità di un graduale passaggio
ad altre persone di fiducia;
- oppure vi sia stata una specie di scempio della relazionalità
sin dall’inizio perché il piccolo non ha avuto la possibilità
di instaurare un rapporto privilegiato con una valida figura parentale,
sballottato da una persona ad un’altra senza che gli sia stata
data la possibilità di stabilire un minimo di rapporto di fiducia
prima di venire affidato a un’altra persona;
- vi sarà stata una specie di inversione dei ruoli, per cui
chi avrebbe dovuto svolgere funzioni parentali, si è trovato
a dipendere dal figlio,
allora,
occorrerebbe,
anzitutto, che chi si accinge a mettere su famiglia si renda conto
che trasmette alla prole tutto di sé: dal patrimonio eredo-genetico
sino ai quasi sempre presenti problemi psicoemotivi risalenti alla
propria infanzia. Da qui l’indicazione a prepararsi a tempo
come genitori sotto tutti gli aspetti della propria persona.
Il counseling dovrebbe essere disponibile come servizio territoriale
per tutte le coppie d nubendi come pure per le famiglie già
costituite.
Tra i fattori di crescita bio-psico-sociale particolarmente prezioso,
sia come veicolo diagnostico sia come rimedio, è il gioco:
attività di gioco autogestite da diverse famiglie possono offrire
ai soggetti in età evolutiva quelle condizioni accretive che
di solito mancano in seno a una famiglia nucleare e, nello stesso
tempo, il contesto di rapporti più vari e disponibili può
giovare a ovviare alla competitività del gruppo familiare ristretto
spesso a tre persone, cioè a quelli che in psicoanalisi sono
noti come triangoli perversi.
Sarebbe pure auspicabile che ogni abitazione condominiale fosse dotata
di spazi dove i bambini possano giocare insieme ai familiari, meglio
ancora che vi fosse una ludoteca con personale preparato a individuare
tempestivamente, mediante apposite attività di gioco, eventuali
problemi e avviarli a soluzione-
A volte, sarà necessario ricorrere alla psicoterapia di gioco
o/e a sedute di psicoterapia con l’intero gruppo familiare.
In ogni caso, sia per quanto riguarda il versante umano privato sia
per quel che concerne la dimensione pubblica sociale, essere consapevoli
della natura di ciò su ci si intende intervenire, delle tappe
e delle relative strategie da seguire servirebbe intanto a non continuare
a sprecare risorse umane e di ogni altro genere, convogliandole, invece
e più avvedutamente, verso obiettivi meno chimerici e più
realistici.
Roma, 29 giugno 2002 _________________________________Pier
Luigi Lando